Tributi comunali: la residenza è quella anagrafica, ma solo fino a prova contraria

Ai fini dell’accertamento della residenza, le risultanze anagrafiche hanno un ruolo meramente presuntivo e possono essere superate da prova contraria, desumibile da qualsiasi fonte di convincimento e suscettibile di apprezzamento riservato alla valutazione del giudice di merito. Questo è l’importante principio affermato dalla Corte di Cassazione, con la sentenza 17 aprile 2018, n. 9429.

Il caso ha origine dalla notifica di un avviso di accertamento Ici con il quale è stata contestata a una contribuente l’agevolazione prevista per l’immobile adibito ad abitazione principale. Secondo il Comune, infatti, la contribuente risiedeva in un altro immobile, ossia nella casa in cui il coniuge aveva la propria residenza anagrafica.

In entrambi in gradi di giudizio veniva confermato il recupero dell’imposta, senza attribuire rilievo alle evidenze probatorie della ricorrente, volte a dimostrare che, indipendentemente dalla residenza anagrafica, anche il marito dimorava presso l’abitazione della moglie.

Accogliendo il ricorso della contribuente, la Corte di Cassazione ha chiarito che la diversa residenza anagrafica dei coniugi costituisce soltanto una presunzione circa il luogo di residenza effettiva, superabile mediante prova contraria, che deve essere attentamente valutata dal giudice di merito.    

Lucia Mannarino

Maggio 2018

 

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