I paletti della Corte di giustizia allo scambio di informazioni tra Paesi Ue

Con la recente sentenza Berlioz, la Corte di Giustizia è intervenuta sullo scambio di informazioni tra Paesi Ue, chiarendo che la cooperazione in materia fiscale deve rispettare alcuni essenziali limiti, sostanziali e procedurali (Corte di giustizia, 16 maggio 2017, C-682/15, Berlioz Investment Fund SA). Tra i Paesi dell’Unione europea, la disciplina della cooperazione amministrativa nel settore delle imposte dirette è contenuta nella direttiva n. 2011/16, poi integrata dalla direttiva n. 2014/107, che ha rafforzato e ampliato i poteri di indagine delle amministrazioni fiscali.
Il potenziamento dei poteri di controllo, resi più efficaci da database, strumenti di ricerca informatici, meccanismi di interscambio automatico di informazioni, pongono in primo piano il profilo della tutela dei diritti del contribuente, quale contrappeso necessario all’espansione dei poteri dell’amministrazione finanziaria.
La pronuncia chiarisce che lo scambio di informazioni è legittimo, dal punto di vista sostanziale, soltanto se tali informazioni sono di “prevedibile pertinenza” per l’amministrazione richiedente.
La “prevedibile pertinenza” integra pertanto un presupposto di legittimità della richiesta: “gli Stati membri non sono liberi di procedere a richieste generiche di informazioni o di richiedere informazioni che probabilmente non sono pertinenti alle questioni fiscali di un determinato contribuente”, situazione che si verifica per esempio nelle fishing expeditions.
La valutazione in ordine alla “prevedibile pertinenza” delle informazioni richieste da uno Stato membro spetta preliminarmente all’autorità interpellata e, in caso di ricorso, al giudice tributario.
Ancora una volta, come in passato con la nota sentenza Sopropé, la Corte di Giustizia apre nuovi scenari in termini di difesa del contribuente, con inevitabili riflessi sulla giurisprudenza e sulla prassi nazionali.
Per ulteriori approfondimenti, si rinvia all’articolo in corso di pubblicazione sulla rivista Corriere tributario.

Sara Armella

 

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