Origine delle merci: valgono le regole WTO (Italia Oggi, luglio 2018)

Per l’attribuzione dell’origine non preferenziale, in assenza di regole primarie o residuali all’interno del nuovo sistema del Codice doganale dell’Unione (cdu) si applicano i chiarimenti espressi dall’Unione europea in sede Wto (World Trade Organization). È quanto chiarito nella linea guida della nota dall’Agenzia delle dogane n. 70339 del 16 luglio 2018.

L’intervento dell’Agenzia interessa tutte le aziende che operano nel commercio internazionale, poiché stabilire l’origine di un bene alla cui realizzazione hanno contribuito imprese situate in paesi diversi è un’operazione sempre più complessa, soprattutto a causa della segmentazione dei processi produttivi, che coinvolgono (emblematico è il caso dell’iPhone) molti componenti, tutti con una diversa bandiera di appartenenza.

Com’è noto, l’origine doganale della merce identifica il paese in cui il bene è venuto a esistenza o è stato realizzato ed è uno dei tre elementi essenziali (insieme alla classifica e al valore) in base ai quali sono liquidati i dazi inerenti il prodotto importato.

L’origine di un prodotto può essere preferenziale, e dunque abilitare a una tassazione doganale agevolata o priva di dazio, oppure non preferenziale, condizione rilevante ai fini di molti altri profili.

Le regole di origine non preferenziale sono fondamentali per stabilire quando un prodotto può fregiarsi del “Made in Italy” o tutte le volte in cui, dall’origine dei beni, discenda l’applicazione di un dazio antidumping o di misure diverse dal quelle tariffarie (es. misure di salvaguardia, embargo per beni determinati, contingenti tariffari). Un’applicazione errata di queste complesse norme può determinare pesanti conseguenze in termini di dazi e sanzioni, anche penali.
La nota ripercorre le regole applicabili alla luce del nuovo codice doganale dell’Unione, che ha modificato in termini significativi il tema dell’ultima lavorazione sostanziale e il rapporto tra le regole del cambio di voce doganale e regole di lista.

Per l’ipotesi in cui la lavorazione abbia interessato più Stati, la nota precisa che assume rilievo il Paese nel quale è avvenuta la “lavorazione sostanziale”, ossia l’ultima trasformazione o lavorazione economicamente giustificata il cui risultato è la fabbricazione di un prodotto nuovo o che rappresenta una fase importante della fabbricazione.

Sebbene la normativa unionale preveda apposite regole (e note esplicative) in relazione a diverse categorie di merci, un numero considerevole di prodotti non è ancora oggetto di codificazione, con la conseguenza che per essi rimane assai complicato verificare la richiamata condizione della lavorazione sostanziale.
Per ovviare a tale carenza, l’Agenzia delle dogane richiama gli strumenti interpretativi elaborati dall’Unione europea in sede di negoziati Wto, affermando – per la prima volta – che essi rappresentano “un ausilio per la determinazione dell’origine non preferenziale”.

In tale scenario, occorre domandarsi se le aziende siano pronte alla perfetta tracciabilità dei processi produttivi e alla loro dimostrazione con prove documentali.
Le regole più stringenti sulla tracciabilità dell’origine dei prodotti stanno creando preoccupazione a molte imprese, con particolare riguardo alle importazioni nei settori colpiti da dazi antidumping e alle esportazioni verso gli Stati Uniti, di recente interessate dai nuovi dazi dell’amministrazione Trump.
Un altro tema di grande interesse per le imprese riguarda la certificazione dell’origine. Va ricordato che non è prevista una specifica forma di documentazione per l’origine non preferenziale; attualmente la legge 580 del 1993 assegna alle Camere di commercio il rilascio del certificato di origine. In un solo Paese europeo, la Polonia, unica in tutta Europa, è l’autorità doganale a rilasciare il certificato di origine non preferenziale, sulla base di una specifica norma del diritto nazionale polacco.

Ancora da chiarire, inoltre, rimane la concreta applicazione del nuovo art. 61, paragrafo 3, cdu, il quale prevede che, quando particolari esigenze del commercio lo richiedano, il documento che prova l’origine non preferenziale può essere rilasciato anche sulla base delle regole del paese di esportazione del prodotto.

Sara Armella

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