Marchi e royalties: condizioni di tassabilità doganale e Iva

 

L’attuale organizzazione produttiva è caratterizzata dalla frammentazione dei processi su scala internazionale: i prodotti finiti sono il risultato di materie prime, progetti, proprietà intellettuale, semilavorati provenienti da continenti e da imprese diverse (supply value chain).

Anche la normativa doganale si è evoluta di pari passo e, attualmente, la tassazione doganale tiene conto anche della “smaterializzazione” dei beni, attribuendo rilievo a molti servizi, che oggi concorrono alla base imponibile dei diritti doganali e dell’Iva all’importazione. In tale direzione è oggi la disciplina internazionale, a cui si sono uniformate le norme del codice doganale dell’Unione (Reg. 952 del 2013, cdu) in vigore dal 1° maggio 2016.

Un concetto spesso sottovalutato riguarda la concorrenza, al valore doganale, di alcuni servizi, come i corrispettivi per l’utilizzo del marchio, anche quando sono dovuti a un soggetto giuridico diverso dal fornitore (c.d. royalties).

Nell’ipotesi di uno scenario a tre, in cui il fornitore della merce è un soggetto autonomo rispetto sia al licenziante del marchio che al licenziatario, l’elemento che assume maggiore rilevanza è l’eventuale “controllo” esercitato dal licenziante sul produttore, secondo la specifica nozione di controllo dettata dalle regole doganali (art. 127 Reg. 2447/2015) e oggetto di numerosi chiarimenti internazionali.

La nozione di controllo doganale, ai fini della daziabilità delle royalties, è stata affrontata già da molte sentenze di merito: l’indirizzo prevalente è di natura sostanzialistica e non si basa soltanto sull’esame dei contratti, ma estende l’approfondimento a molte circostanze di fatto.

La recente sentenza 6 aprile 2018, n. 8473 è la prima con cui la Corte di Cassazione interviene sul punto, fornendo una definizione di “controllo” particolarmente ampia, secondo cui sarebbe sufficiente un mero “orientamento” sull’impresa fornitrice, da parte del titolare del marchio, per dar luogo alla tassazione doganale. La Corte ha affermato che l’esistenza del controllo sul produttore prescinde da legami societari o da relazioni contrattuali, potendo essere esercitato, di fatto, anche attraverso un agente agli acquisti, incaricato della selezione dei fornitori extraeuropei.

La sentenza non chiude la discussione, rinviando al giudice di merito e confermando che il tema non si presta a generalizzazioni, dovendo comunque svolgersi un’attenta valutazione circa la ricorrenza degli speciali indici di “controllo” nelle concrete relazioni intercorrenti tra le parti dei due schemi negoziali. In particolare, la presenza di codici etici volti al rispetto di standard lavorativi e ambientali non può, da sola, dar vita a un controllo rilevante.

L’aspetto più significativo della pronuncia, destinata a rappresentare un caso pilota, è la chiara affermazione di illegittimità della pretesa inerente il pagamento dell’Iva sulle royalties non incluse nel valore del bene.

Per la prima volta, e ribaltando un indirizzo consolidato, la Cassazione ha stabilito che l’Iva non può essere contestata, ove sui diritti di licenza sia già stata assolta mediante reverse charge. Si tratta di un principio espresso dalla Corte di giustizia nella sentenza Equoland (17 luglio 2014, C-272/13) con riferimento ai depositi Iva, ma che, per la prima volta, la Cassazione estende anche alle contestazioni inerenti le royalties.

Sotto questo profilo, si tratta di una sentenza pilota destinata non solo a modificare radicalmente i processi in corso, ma la futura prassi dell’Agenzia delle dogane sul punto.

Anche dal punto di vista economico la precisazione è importante, perché gli accertamenti di questo tipo coinvolgono valori molto alti e l’annullamento dell’Iva equivale a una riduzione rilevante della pretesa contestata, anche in termini di sanzioni e interessi.

Sara Armella

 

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