Liste Falciani e Vaduz: La Corte di Cassazione italiana conferma gli accertamenti

La Corte di Cassazione italiana negli ultimi mesi è intervenuta più volte, delineando un orientamento che difficilmente potrà essere in seguito ribaltato, sulla validità degli accertamenti fiscali basati sulle liste Falciani e Vaduz.

Com’è noto, la lista Falciani contiene i dati di migliaia di correntisti della filiale di Ginevra di un noto istituto di credito, sottratti attraverso un backup, non autorizzato, effettuato da un dipendente. Tale elenco è stato poi trasmesso alle autorità fiscali francesi, le quali hanno inviato il file a quelle italiane. Secondo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione francese, tali informazioni sono state acquisite illegittimamente da Parigi, ossia in violazione della Convenzione Francia-Svizzera sullo scambio di informazioni e sono state, pertanto, dichiarate inutilizzabili nei giudizi tributari d’oltralpe[1].

Anche la lista Vaduz è un elenco di correntisti illecitamente sottratto da un dipendente di un istituto di credito del Liechtenstein, acquisito dalle autorità fiscali tedesche e trasmesso ad altri Paesi dell’Unione europea[2], per poi giungere in Italia, nell’ambito delle procedure previste dal c.d. scambio d’informazioni, ai sensi dell’art. 26 del Modello OCSE contro le doppie imposizioni.

L’Agenzia delle entrate italiana, utilizzando tali elenchi, ha emesso molteplici avvisi di accertamento nei confronti dei soggetti italiani presenti nelle liste, ritenendoli titolari di capitali esteri non dichiarati al Fisco.

La lista Falciani è alla base delle ordinanze 28 aprile 2015, nn. 8605 e 8606, con cui la Corte di Cassazione italiana ha affermato che i dati presenti in tale elenco rappresentano “indizi” pienamente utilizzabili dall’Agenzia delle entrate e nei giudizi tributari. Il problema affrontato dalla Corte di Cassazione riguarda, in particolare, l’astratta utilizzabilità di tali elenchi: i contribuenti avevano rilevato, infatti, che essi rappresentano informazioni illegalmente sottratte agli istituti bancari e, pertanto, prove illegittime per il Fisco, in quanto frutto di atti penalmente rilevanti.

Le recenti pronunce della Corte relative alla lista Falciani e alla lista Vaduz (sentenza 19 agosto 2015, n. 16950), affermano un principio che ha avuto ampio risalto, secondo il quale l’illegittimità delle prove acquisite non inciderebbe sulla validità degli accertamenti, se non si è realizzata la violazione di valori costituzionalmente garantiti. In particolare, secondo la Corte, la valutazione del “peso” degli interessi tutelati va condotta avendo presente che l’evasione fiscale costituisce un atto di particolare gravità, da cui deriva la rottura del vincolo di lealtà minimale che lega fra loro i cittadini, comportando la lesione dei doveri inderogabili di solidarietà di cui all’art. 53 Costituzione.

L’attuazione di tale dovere di contribuzione, di cui è strumento il potere di contrasto all’evasione fiscale, prevale sui diritti individuali costituzionalmente tutelati come il diritto alla riservatezza della corrispondenza e del domicilio, nonché sulla libertà di iniziativa economica e di risparmio, anch’essi costituzionalmente protetti.

Non vi è dubbio che le sentenze sono influenzate dalla rilevanza e dalla diffusione, in Italia, dell’evasione fiscale che, ancor più per effetto della crisi economica, è avvertita come un’emergenza nazionale, come sottolineato anche dal Presidente della Repubblica italiana nel tradizionale discorso di fine anno.

L’indirizzo della Corte di Cassazione nei casi in questione segna peraltro un’inversione di tendenza rispetto a un consolidato indirizzo dottrinale, più volte recepito dalla giurisprudenza di legittimità, anche a Sezioni Unite, secondo cui “il compito del giudice di vagliare le prove offerte in causa è circoscritto a quelle di cui abbia preventivamente riscontrato la rituale assunzione[3]. In tale importante pronuncia, la Suprema Corte aveva affermato che “detta inutilizzabilità non abbisogna di un’espressa disposizione sanzionatoria, derivando dalla regola generale secondo cui l’assenza del presupposto di un procedimento amministrativo, infirma tutti gli atti nei quali si articola[4].

Il via libera all’utilizzabilità di prove acquisite illegittimamente è parzialmente temperato dall’importante precisazione per cui i dati contenuti nella lista Falciani rappresentano, in ogni caso, un mero indizio, che dovrà essere valutato dal giudice di merito, anche in ordine all’attendibilità dei dati acquisiti, tenuto conto delle difese del contribuente.

 

Lo scambio di informazioni fra Stati

La reciproca assistenza tra le Amministrazioni finanziarie, nella ricerca delle informazioni dirette a consentire il controllo sull’adempimento degli obblighi fiscali da parte dei contribuenti, ha assunto negli anni un ruolo centrale nella lotta all’evasione. A seguito della crisi economica del 2008, il Summit G20 di Londra ha decretato una spinta senza precedenti allo scambio di informazioni, da cui hanno avuto origine molti trattati bilaterali, nella direzione del superamento di tradizionali roccaforti del segreto bancario, come testimoniano i recenti accordi del nostro Paese con Svizzera, San Marino, Montecarlo, Liechtenstein e Città del Vaticano[5].

Nei trattati bilaterali, il riferimento fondamentale è rappresentato dall’art. 26 del Modello di Convenzione contro le doppie imposizioni dei redditi e dei capitali dell’OCSE[6] , il quale, ai paragrafi 4 e 5,  stabilisce che le autorità tributarie degli Stati contraenti si scambiano le informazioni necessarie per l’applicazione delle leggi interne relative alle imposte, purché queste non siano contrarie alla Convenzione stessa.

Lo scambio di informazioni integra pertanto una procedura legale, oggetto di una Convenzione internazionale tra due Stati contraenti, la cui finalità è prevenire e contrastare l’evasione e le frodi fiscali[7]. È, infatti, obbligo degli Stati scambiare le informazioni prevedibilmente rilevanti[8], al fine di assicurare la corretta applicazione delle disposizioni degli accordi bilaterali ovvero delle legislazioni interne dei Paesi contraenti.

Secondo quanto previsto dal par. 9 del Commentario all’art. 26 del Modello OCSE, i dati possono essere scambiati mediante tre diverse procedure[9]: in maniera automatica (cd. routine exchange), spontaneamente o su richiesta di uno Stato.

A livello comunitario, la normativa di riferimento è rappresentata invece dalla Direttiva  n. 77/799, relativa alla reciproca assistenza fra le Autorità competenti degli Stati membri nel settore delle imposte dirette e dei premi assicurativi, in seguito sostituita dalla Direttiva  n. 2011/16[10], sulla cooperazione amministrativa nel settore fiscale, il cui art. 1 prevede una dettagliata disciplina delle tre tipologie (su richiesta, automatica o spontanea) a mezzo delle quali si realizza lo scambio di informazioni. La scelta della modalità di scambio dei dati, del tutto discrezionale, spetta all’Amministrazione finanziaria, che opererà una valutazione di opportunità in base alla richiesta, alla rapidità e alla completezza delle risposte.

 

Ambito di difesa del contribuente

Un tema fondamentale riguarda la difesa del contribuente nelle ipotesi di cooperazione fiscale internazionale: sul punto, alcune precisazioni sono state espresse dalla Corte di Giustizia europea con la nota sentenza Sabou[11].

Tale sentenza afferma, anzitutto, che la normativa comunitaria (e, in particolare, la Direttiva europea n. 77/799) non contiene una disciplina specifica in ordine al diritto del contribuente di contestare l’esattezza dell’informazione trasmessa e non impone alcun obbligo particolare quanto al contenuto di quest’ultima, rinviando agli ordinamenti nazionali.

Da tale impostazione muove la Corte di Cassazione italiana nei casi riguardanti la lista Falciani: la disciplina comunitaria in materia di scambio di informazioni individua soltanto criteri uniformi di natura procedurale, non regolando il contenuto delle informazioni, nè la loro utilizzabilità o rilevanza ai fini processuali. Secondo la Corte di Giustizia, questi aspetti trovano unica disciplina nel diritto dei singoli Stati membri[12].

Altro profilo delicato concerne il rapporto tra scambio internazionale di dati fiscali e diritto del contribuente all’informazione e al contraddittorio preventivo[13]. Com’è noto, il diritto del contribuente di partecipare alle attività di controllo sulla sua posizione, il c.d. contraddittorio preventivo, è stato espressamente riconosciuto sin dall’entrata in vigore della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Lisbona il 7 dicembre 2000, il cui art. 41 sancisce “il diritto di ogni persona di essere ascoltata prima che nei suoi confronti venga adottato un provvedimento individuale che le rechi pregiudizio”.

Per il riconoscimento di tale principio, grande importanza hanno rivestito le sentenze della Corte di Giustizia che, per prima, ha sancito il diritto dei privati ad essere ascoltati nel procedimento amministrativo[14]. L’obbligatorietà del contraddittorio preventivo, com’è noto, è stata autorevolmente riconosciuta dalla Corte di Cassazione italiana a Sezioni Unite, quale “principio generale, caratterizzante qualsiasi sistema di civiltà giuridica, che assume doverosità della comunicazione di tutti gli atti lesivi della sfera giuridica del cittadino, comunicazione che costituisce il presupposto imprescindibile per la stessa impugnabilità dell’atto, in particolare nel processo tributario che è strutturato come processo di impugnazione[15].

Anche le pronunce nei casi in commento ribadiscono che i dati della lista Falciani sono utilizzabili “nel contraddittorio con il contribuente” e che, pertanto, il soggetto accertato ha il diritto di presentare osservazioni e difese prima dell’emanazione dell’atto di accertamento, dopo l’avvenuta acquisizione della documentazione estera e la sua rielaborazione da parte dell’Amministrazione.

Nel caso Sabou, la Corte di Giustizia si è occupata anche di un ulteriore profilo di difesa: il contribuente rilevava, infatti, la necessità di poter partecipare, tramite un proprio legale, alla fase di acquisizione delle informazioni, come le escussioni dei testimoni, e di poter esaminare (ed eventualmente contestare) le attività di indagine compiute dalle Amministrazioni fiscali estere, quali le richieste di documenti e di informazioni, avvenute mediante scambio di corrispondenza e via mail con soggetti privati.

Nel caso Sabou, pertanto, viene posto alla Corte di Giustizia un tema di grande interesse, relativo all’ambito di estensione del diritto di difesa del contribuente, ossia se esso investa anche la fase di acquisizione di informazioni.

La tesi del contribuente è stata tuttavia respinta. La Corte di Giustizia ha affermato che il diritto dell’Unione europea non conferisce al contribuente di uno Stato membro il diritto di essere informato della richiesta di assistenza inoltrata da tale Stato a un altro Paese membro, né di partecipare alla formulazione della domanda indirizzata allo Stato membro richiesto, né all’audizione di testimoni.

In tale pronuncia è stato sottolineato che occorre distinguere tra la fase di indagine dalla fase di esercizio del potere di accertamento. La fase di indagine comprende tutte le attività mediante le quali sono raccolte le informazioni, ivi inclusa la richiesta d’informazioni da parte di un’amministrazione fiscale a un’altra; essa è caratterizzata da un impulso pubblicistico e dall’assenza di partecipazione del privato. Con la chiusura delle indagini si avvia la fase contraddittoria tra l’amministrazione e il contribuente, la quale inizia con l’invio a quest’ultimo di una proposta di rettifica.

La Corte afferma che il diritto al contraddittorio, previsto nella dimensione comunitaria, riguarda la fase di accertamento e non l’attività di indagine, pur non escludendo che uno Stato membro possa anticipare il diritto al contraddittorio ad alcuni momenti della fase d’indagine.

Se, da un lato, l’esclusione del contribuente dalla fase di indagine rimarca la natura autoritativa e inquisitoria delle indagini fiscali, dall’altro dovrebbe imporre che, in tale fase di indagine, il rispetto delle norme di acquisizione di fatti ed elementi che saranno alla base della contestazione sia – a fortiori – garantita.

 

Le liste Falciani e Vaduz sono conformi alla disciplina internazionale?

Alcuni aspetti non sono trattati dalle sentenze in commento e rimangono sullo sfondo: tra questi, assume rilievo la disciplina prevista dalle Convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni, nella normativa vigente all’epoca dei fatti in contestazione, ossia negli anni 2005 e 2006.

Le modifiche apportate al Modello di Convenzione nel 2012 hanno mutato l’approccio verso le c.d. fishing expedition, ossia le indagini del tutto generiche, prive dell’indicazione del nome o dell’indirizzo della persona sotto indagine. Prima del 2012 questo tipo di “pesca indiscriminata” doveva considerarsi illegittima e, di conseguenza, anche le liste di contribuenti esteri, accomunati soltanto dalla cittadinanza, si consideravano rientranti nel generale divieto.

A seguito delle modifiche condivise in relazione al Modello di Convenzione, nel caso dei gruppi, è comunque previsto che l’Amministrazione richiedente fornisca una dettagliata descrizione della tipologia di contribuenti, dei fatti e delle circostanze che supportano la richiesta, della disciplina legislativa applicabile e delle ragioni per le quali si ritiene che i contribuenti non osservino la normativa fiscale nazionale. Probabilmente in assenza di un motivo specifico sollevato dal contribuente, la tesi della Suprema Corte sembra deviare rispetto al divieto di acquisizione di dati riferibili a un insieme indeterminato di contribuenti (c.d. fishing expedition).

Un secondo profilo è riferibile al rapporto tra disciplina europea e convenzionale: e invero, la direttiva rinvia a norme più favorevoli in materia di assistenza reciproca, risultanti da altri atti giuridici (art. 11, Dir. 77/779). Tra questi, assume rilievo la Convenzione/Italia Francia del 5 ottobre 1989, la quale prevede che le disposizioni in materia di scambio di informazioni “non possono in nessun caso essere interpretate nel senso di imporre a uno Stato l’obbligo di fornire informazioni che non potrebbero essere ottenute in base alla propria legislazione” (art. 27).

La norma convenzionale sullo scambio di informazioni vieta l’adozione di provvedimenti in deroga al diritto interno. Probabilmente tale profilo non è stato esplorato in mancanza di uno specifico motivo formulato dal contribuente, ma il fatto che, secondo il diritto francese, siano illegittimi l’acquisizione e l’utilizzo della lista Falciani potrebbe implicare conseguenze rilevanti, secondo la disciplina convenzionale Italia-Francia, anche nel nostro ordinamento.

 

Principio di legalità e utilizzabilità delle prove

Un ulteriore profilo di analisi concerne il principio di legalità secondo la disciplina interna.

Dubbi interpretativi solleva la tesi secondo cui l’Amministrazione sarebbe esonerata da un obbligo di verifica circa la validità, l’autenticità e l’attendibilità della documentazione acquisita, con particolare riferimento all’obbligo della Pubblica amministrazione di comportarsi nel rispetto della legge (art. 23 Costituzione) e dei doveri di imparzialità (art. 97 Cost.) e giusto processo (art. 111 Costituzione).

L’evoluzione della tecnologia e la legittima attenzione internazionale al contrasto di fenomeni di trasferimento illecito di denaro ha semplificato molto, rispetto al passato, il potere di accedere a banche dati in cui rifluiscono rapporti finanziari esteri dei contribuenti, previsto ormai nel quadro delle procedure di rogatoria internazionale tra autorità giudiziarie, nonché dello scambio di informazioni tra amministrazioni, di cui alla disciplina convenzionale e comunitaria.

Se è vero, come rilevato dalla Suprema Corte nelle ordinanze in commento, che l’obbligo di contribuzione fiscale (art. 53 Cost.) rappresenta un principio fondamentale, lo è altresì il principio di legalità, posto che  le Agenzie fiscali sono Amministrazioni pubbliche, soggette all’obbligo di imparzialità e di rispetto della disciplina legale, sia essa contenuta in una norma di legge interna ovvero in una Convenzione internazionale recepita nel nostro ordinamento o una direttiva di diretta esecuzione.

Affermare che lo Stato possa utilizzare dati e informazioni acquisiti in violazione delle norme di diritto integra un principio di potenziale applicazione in ogni settore del diritto tributario e amministrativo. Come rilevato in dottrina[16], se la violazione delle norme di legge inerenti l’acquisizione delle prove risulta ininfluente ai fini della legittimità dell’atto, vi è il rischio di svuotare di contenuto precettivo tutte le norme che disciplinano l’esercizio dei poteri istruttori[17].

Anche in sede processuale, i principi costituzionali del giusto processo e della parità delle parti rischierebbero di essere svuotati se si ammettesse che la parte pubblica, oltre a essere dotata di poteri di acquisizione delle prove ben più ampi di quelli attribuiti al contribuente, fosse anche svincolata dal limite di introdurre nel giudizio solo prove legittimamente acquisite.

In tal senso, potrebbero essere chiamati a esprimersi anche i giudici europei, posto che il principio del giusto processo è riconosciuto anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (art. 41 e 47, nonché art. 6 della Convenzione dei diritti dell’uomo).

La tesi sostenuta dalle ordinanze in commento considera legittimo l’uso delle prove acquisite contra legem, perché la condotta illecita è riconducibile a un terzo e si colloca a monte dell’azione dell’Amministrazione francese[18]. Nell’ottica di una netta differenziazione fra il processo penale e quello tributario, infatti, i giudici rilevano che in quest’ultimo non si rinviene “una disposizione analoga a quella contenuta all’art. 191 c.p.p., a norma del quale «le prove acquisite in violazione dei divieti stabiliti dalla legge non possono essere utilizzate»”[19].

Nel giungere a tale conclusione, la Corte non affronta, probabilmente perché non sollevato dal contribuente, il tema delle disposizioni convenzionali sullo scambio di informazioni tra Italia e Francia in base alle quali quest’ultima può fornire solo le informazioni legittimamente acquisite sulla base della propria normativa interna o con la normale attività istruttoria[20].

La giurisprudenza di merito

Le pronunce della Corte di Cassazione hanno sollevato un ampio dibattito, che non può ancora dirsi sopito. Se, da un lato, la Corte ammette l’utilizzo dei dati risultanti dalle c.d. liste, dall’altra ne ha comunque circoscritto la valenza probatoria. Questa presa di posizione è di estremo rilievo per i successivi giudizi, com’è dimostrato da alcune successive pronunce.

La Corte di Cassazione, infatti, individua chiaramente il “peso” probatorio delle c.d. liste, riconoscendo alle stesse il valore di mero indizio e – su tale assunto – dispone il rinvio al giudice di merito, per la valutazione in ordine ai profili probatori inerenti la pretesa impositiva.

Come correttamente rilevato anche nella pronuncia successiva a tali importanti arresti (Comm. trib. prov. di Milano, sez. XVI, 8 giugno 2015, n. 5031), dopo essersi molto dibattuto sulla legittimità o meno dell’acquisizione della lista, ci si concentrerà ora sull’effettiva portata probatoria di tale dato.

Muovendo dalle ordinanze della Suprema Corte, il giudice milanese ha recentemente affermato che “non è sufficiente un generico richiamo alla lista Falciani per considerare provata la pretesa erariale. L’Amministrazione finanziaria si dovrà confrontare con il contribuente in contraddittorio (che deve essere sostanziale – e non un mero passaggio rituale) per consentire al giudice tributario di apprezzare la valenza probatoria dell’indizio”.

Ritenendo insufficiente, in quanto isolato indizio, il mero inserimento del contribuente tra i nominativi riportati nella lista Falciani, la Commissione tributaria provinciale di Milano ha integralmente annullato gli atti impositivi.

[1] Cour de Cassation, chambre commerciale, 31 gennaio 2012, n. 11-13097.

[2] L’Amministrazione finanziaria tedesca, pertanto, ha intrapreso numerosi accertamenti e ha venduto la lista alle autorità fiscali inglesi. L’Inland Revenue britannico, a sua volta, ha trasmesso tali informazioni bancarie ad altre Amministrazioni finanziarie interessate, dietro loro richiesta, fra cui quella italiana.

[3] Cass. SS. UU, n. 16424, 21 novembre 2002. La stessa sentenza chiarisce che “l’acquisizione di un documento con violazione di legge non può rifluire a vantaggio del detentore, che sia l’autore di tale violazione, o ne sia comunque direttamente o indirettamente responsabile”.

[4] Cass., SS. UU., 21 novembre 2002 n. 16424.

[5] Convenzione Italia-San Marino 21 marzo 2002, successivamente modificata dal Protocollo del 13 giugno 2012 (legge di conversione 19 luglio 2013, n. 88); Convenzione Italia-Svizzera 23 febbraio 2015; Convenzione Italia- Liechtenstein 26 febbraio 2015; Convenzione Italia-Principato di Monaco 2 marzo 2015; Convenzione Italia-Santa Sede 1° aprile 2015.

[6] Model Tax Convention on Income and on Capital.

[7] Una procedura analoga è disciplinata, in ambito europeo, dall’art. 1, Direttiva 19 dicembre 1977, n. 77/977/CEE.

[8] In base al par. 5 del Commentario all’art. 26 del Modello OCSE, lo standard di «prevedibile rilevanza» è un primo limite allo scambio di informazioni. E invero, se, da un lato, consente la massima estensione possibile dello scambio di informazioni in materia fiscale, dall’altro, chiarisce che gli Stati contraenti non sono liberi di intraprendere «spedizioni di pesca» (cd. «fishing expeditions», ossia richieste di informazioni generiche e non adeguatamente circostanziate, riguardanti la posizione di gruppi o categorie di contribuenti) ovvero di richiedere informazioni che difficilmente saranno rilevanti con riferimento a profili fiscali del contribuente.

[9] Gli Stati contraenti, tuttavia, possono scambiarsi le informazioni anche utilizzando altre tecniche, quali la verifica simultanea, la verifica fiscale all’estero e gli scambi di informazione relative a un settore industriale.

[10] Recentemente, modificata dalla Direttiva 9 dicembre 2014, n. 107, che ha esteso lo scambio automatico di informazioni a una più ampia gamma di redditi, secondo lo standard globale pubblicato dal Consiglio dell’OCSE nel luglio 2014.

[11] Corte di Giustizia, Grande sezione, 22 ottobre 2013, C-276/12, Sabou, in www.curia.eu.

[12] Come rilevato da autorevole dottrina, anche l’art. 26 del Modello Ocse di Convenzione contro la doppie imposizioni ha per oggetto l’implementazione del sistema di scambio internazionale di informazioni, non modificando le norme nazionali in materia di acquisizione di informazioni valide ai fini dell’accertamento fiscale. In tal senso, K. Vogel, Double Taxation Conventions, Monaco, 1996, 1405. “Update to the Article 26 of the OECD Model Tax Convention and its Commentary”, pubblicato a cura dell’OCSE il 18 luglio 2012.

[13] Per un approfondimento, I.F.A. Cahier de droit fiscal international, 2013, vol. 98b, Exchange of information and cross-border cooperation between tax authorities.

[14] Tale diritto ha trovato riconoscimento, ancor prima della notissima sentenza Sopropè (Corte giust., 18 dicembre 2008, C-349/07, in Racc., 2008, 10369), nella sentenza Recheio, con cui la Corte di Giustizia ha affermato chiaramente che “i destinatari di decisioni che incidono sensibilmente sui loro interessi devono essere messi in condizione di manifestare utilmente il loro punto di vista in merito agli elementi sui quali l’amministrazione intende fondare la sua decisione. A tal fine essi devono beneficiare di un termine sufficiente”, giacché “i diritti di difesa devono essere assicurati dagli Stati membri anche quando non figuri nell’ordinamento alcuna disposizione attinente il diritto all’audizione” (Corte giust., 17 giugno 2004, C-30/02, Recheio – Cash & Carry, in Racc., 2004, 6051).

[15] Cass., SS.UU., 18 settembre 2014, n. 19667.

[16] Dalla disciplina generale in materia di procedimento amministrativo emergono “sicuri indici dell’esistenza, a carico della P.A., dell’obbligo di svolgere un’istruttoria idonea e di ricercare prove conferenti rispetto all’oggetto del procedimento”, G. M. Cipolla, La prova tra procedimento e processo tributario, Cedam, Padova, 2005, p. 147. Va inoltre considerato che le norme conferenti i poteri istruttori del Fisco, previste nell’ambito dei singoli tributi, vanno coordinate con la disciplina generale sul procedimento amministrativo, ai sensi della quale il responsabile del procedimento “valuta, ai fini istruttori, le condizioni di ammissibilità, i requisiti di legittimazione ed i presupposti che siano rilevanti per l’emanazione del provvedimento” (art. 6, comma 1, lett. a), l. 241 del 1990).

[17] Con la legge 241 del 1990 la correttezza dell’istruttoria rappresenta una fase indefettibile del procedimento amministrativo, giacché la P.A. è obbligata a motivare tutti i provvedimenti amministrativi, indicando “i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’amministrazione, in relazione alle risultanze dell’istruttoria” (art. 3): tale previsione “non può che rappresentare, sia pure in via indiretta, una conferma dell’esigenza di giungere all’emanazione del provvedimento solo dopo avere svolto un’attività istruttoria adeguata”, G. M. Cipolla, op. cit, 145, con ampie citazioni alla dottrina amministrativistica.

[18] In proposito, Valente, Caraccioli, Mattia, “L’orientamento della giurisprudenza italiana sull’utilizzabilità della c.d. lista Falciani”, in “Il fisco”, 7132.

[19] A opinione della Corte, non qualsiasi irritualità nell’acquisizione di elementi rilevanti ai fini dell’accertamento fiscale comporta, di per sé, la inutilizzabilità degli stessi. A sostegno di tale posizione, i giudici fanno riferimento agli articoli 39 e 42, d.p.r. 29 settembre 1973, n. 600 e all’art. 55, d.p.r. 26 ottobre 1972, n. 633, che “prendono esplicitamente in considerazione l’utilizzo di elementi comunque acquisiti”. In ragione del principio generale di non tipicità della prova, pertanto, il giudice può utilizzare qualsiasi elemento che consideri come possibile punto di appoggio per dimostrare l’esistenza di un fatto rilevante e non direttamente conosciuto.

[20] Come affermato dalla Cour de Cassation francese, la lista Falciani non è ammissibile nei giudizi tributari in quanto contrastante con la normativa francese in materia di equo processo e con il principio di legalità nell’assunzione degli elementi probatori. Peraltro, anche il del G.i.p. di Pinerolo, che per primo ha affrontato la tematica della valenza probatoria nelle sedi penali della lista Falciani, nel decreto di archiviazione ha ritenuto che la stampa il backup di dati contenuti in un sistema informatico riservato integri le fattispecie di reato, previste agli artt. 240 c.p.p. e a 648 c.p., di ricerca probatoria illecita di dati personali e di ricettazione.

 

 

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