La buona fede del contribuente salva dalla frode Iva anche in tema di fatture inesistenti

In tema di frodi Iva l’onere della prova incombe sempre sull’Amministrazione e non sul contribuente, il quale però deve essere in grado di dimostrare la propria buona fede.
Queste le conclusioni a cui sono giunte le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, le quali hanno ribadito che per difendersi da una contestazione relativa all’utilizzo del c.d. regime del margine, il cessionario deve dimostrare di aver agito in maniera diligente, gravando sull’Ufficio l’onere di provare il coinvolgimento del contribuente nel meccanismo fraudolento (Cass., SS.UU., 12 settembre 2017, n. 21105).
La Cassazione ha chiarito definitivamente che il contribuente non è tenuto a esercitare un’attività di controllo che, per legge, è riservata all’Amministrazione finanziaria, ma è sufficiente che dimostri la propria buona fede, cioè di aver agito in assenza di consapevolezza di partecipare ad un’evasione fiscale e di aver adoperato la diligenza massima esigibile da un operatore accorto – secondo i criteri di ragionevolezza e di proporzionalità, in rapporto alle circostanze del caso concreto – al fine di evitare di essere coinvolto in una tale situazione, in presenza di indizi idonei a farne insorgere il sospetto.
Tali argomentazioni possono essere riproposte anche in tema di contestazioni per fatture soggettivamente inesistenti, per difendersi dalle quali il contribuente deve essere in grado di dimostrare di aver agito in maniera diligente sulla base di elementi oggettivi tangibili, come ad esempio la congruità dei prezzi d’acquisto, la tracciabilità dei pagamenti e l’iscrizione nel registro delle imprese dei soggetti cedenti, mentre l’onere di dimostrare un suo possibile coinvolgimento in una frode Iva grava sull’Ufficio.

Luca Piemontese

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