Imposte dirette: AIRE necessaria per non essere fiscalmente residente in Italia

La Corte di Cassazione ha recentemente confermato il principio, fondamentale in tema di imposte dirette, secondo cui, ai fini tributari, l’iscrizione della persona fisica all’anagrafe della popolazione residente ne determina la residenza nel territorio dello Stato, senza possibilità di prova contraria. Di conseguenza, non assume rilievo il trasferimento all’estero, se non accompagnato dalla cancellazione dall’anagrafe nazionale dei soggetti residenti all’estero (Cass., sez. VI, 25 giugno 2018, n. 16634).

Tale principio comporta, in applicazione del criterio formale previsto dall’art. 2, T.U.I.R., l’assoggettamento della persona fisica a imposizione fiscale nello Stato, anche se questa ha svolto la propria attività lavorativa in altro paese, giacché, in mancanza di iscrizione all’anagrafe italiana residenti all’estero (AIRE), non si ritiene dimostrata la residenza in un altro Stato.

Nel caso di specie, la Corte ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate, ritenendo che, nonostante il soggetto in questione fosse residente nel Regno Unito, dove svolgeva la propria attività lavorativa e pagava le relative imposte, la mancanza di iscrizione all’AIRE risulti sufficiente per considerarlo soggetto passivo in Italia.

La pronuncia chiarisce, quindi, che il requisito della residenza anagrafica è sufficiente per acquisire anche la residenza fiscale, ribadendo l’importanza della cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente in Italia e della correlata iscrizione all’AIRE, per non essere assoggettato a imposizione fiscale in Italia.

Sara Armella

Sara Pestarino

Settembre 2018

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