Dazi antidumping illegittimi se l’errore è solo formale

La Commissione tributaria provinciale di Milano, con la sentenza 21 febbraio 2018, n. 774 ha affermato che le violazioni meramente formali nella documentazione di fornitura dei prodotti, non possono legittimare l’applicazione dei dazi antidumping.

La vicenda trae origine dall’importazione di alcuni servizi da tavola in ceramica di provenienza cinese. Per tali prodotti, com’è noto, il Reg. UE 412/2013 prevede un dazio antidumping del 36,10%, salvo che il fornitore estero figuri tra quelli indicati all’allegato I del regolamento, per i quali è previsto il dazio ridotto del 17,90%.

Sebbene, in sede di importazione, il rappresentante doganale avesse prodotto sufficiente documentazione per provare l’origine della merce e accedere all’aliquota ridotta, l’Agenzia ha ritenuto irregolare l’autocertificazione del produttore cinese, in quanto sottoscritta con uno pseudonimo occidentale e non con il nome anagrafico e ha rettificato la bolletta doganale, applicando il dazio antidumping del 36,10%.

Accogliendo il ricorso del rappresentante doganale, la Commissione milanese ha ritenuto formalistica la posizione dell’Ufficio, nel solco della recente sentenza della Corte di Giustizia 12 ottobre 2017, C-156/16. Con tale pronuncia, il giudice europeo ha chiarito che qualora non vi siano dubbi circa l’esistenza dei presupposti sostanziali per l’applicazione di un dazio ridotto, l’Ufficio non deve attribuire rilievo a eventuali violazioni di natura formale. Ciò anche in virtù del principio di leale collaborazione che deve sempre caratterizzare i rapporti tra Amministrazione e operatori.

Sara Armella

Lucia Mannarino

Marzo 2018

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