Dazi antidumping: per l’accertamento dell’origine non basta l’indagine a tavolino

Per accertare l’origine doganale dei prodotti non è sufficiente un’indagine “a tavolino”, priva di riscontri concreti sui beni, sulle imprese, sui luoghi di produzione e sui flussi delle merci oggetto di importazione. Questo il principio espresso dalla Commissione tributaria provinciale di Venezia con le sentenze 7 giugno 2021, nn. 456 e 457, intervenute su uno dei sempre più frequenti casi di applicazione dei dazi antidumping su tubi di acciaio importati, che coinvolgono molte imprese italiane.

Nel caso esaminato dal giudice veneto, ad avviso della Dogana, i prodotti importati non avrebbero avuto origine indiana, come dichiarato dalla società, bensì cinese, con la conseguente applicazione dell’aliquota del 71,9% sul prezzo di acquisto del prodotto.

Tale contestazione si fonda esclusivamente su un Report europeo che ha coinvolto numerose imprese importatrici, in diversi Stati. Nel caso di specie, il soggetto preposto a documentare l’origine “non preferenziale” del prodotto, ossia la Camera di commercio indiana, ha certificato l’origine indiana dei beni. Ad avviso di un’associazione di produttori europei, tuttavia, la lavorazione svolta in India non sarebbe stata sufficiente a fare acquisire l’origine doganale del prodotto che andava, dunque, riclassificato come cinese.

A seguito della denuncia dell’associazione dei produttori europei, sono state avviate due distinte inchieste: una della Commissione europea e l’altra dell’Olaf. La Commissione Ue ha svolto una specifica attività di controllo in loco presso gli stabilimenti indiani, per accertare le attività concretamente svolte e il livello di lavorazione del prodotto, per poi concludere confermando l’origine indiana (Reg. di esecuzione Ue n. 2017/2093).

A differenza dell’indagine della Commissione, il Report Olaf non dà conto di ispezioni sui luoghi di produzione in India o in Cina, fondando l’indagine sull’incrocio di dati statistici generali. Un’inchiesta 4.0, che però, secondo il giudice veneto, non riesce ad appurare nel concreto l’origine della merce importata, poiché si riferisce a dati generali, inerenti tutte le importazioni di tubi di acciaio dalla Cina all’India e calcolando, in base ad altri dati, il valore complessivo della merce arrivata in Italia.

Un richiamo alla necessità di utilizzare gli strumenti di intelligenza artificiale, come i dati statistici e i relativi incroci, come punto di partenza, e non di arrivo, di un accertamento a posteriori, che deve porre al centro lo specifico caso e deve fondarsi su riscontri oggettivi e concreti.

 

Armella & Associati

Giugno 2021

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