Il marchio “China Export” non esclude reati legati alla frode in commercio

Nel caso di vendita di prodotti con l’apposizione del marchio “CE” come acronimo di “China export” si possono configurare i reati di messa in commercio di beni con segni mendaci e di frode in commercio. Questo il principio di diritto espresso dalla Corte di Cassazione con la sentenza del 18 novembre 2020 numero 32388.

Com’è noto, il marchio “CE” è una certificazione di qualità avente la funzione di garantire l’acquirente sulla conformità del prodotto ai requisiti di sicurezza previsti dalla normativa europea.

Nel caso all’esame della Suprema Corte vi era un sequestro di giocattoli recanti la marcatura CE indicativa, però, della locuzione “China export”.
Il marchio apposto sui prodotti differiva da quello comunitario solo per quanto concerne la proporzione dei caratteri e la distanza tra le due lettere ed era, dunque, in grado di essere facilmente confondibile e suscettibile di rassicurare l’acquirente circa il rispetto degli standard di sicurezza.

Secondo la casistica giudiziaria (Cass., 12 giugno 2018, n. 43622) si configurerebbe, dinanzi a tale fattispecie, il reato di frode in commercio (art. 515 del codice penale) il quale condanna la condotta  di chi, nell’esercizio di un’attività commerciale ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente un bene mobile la cui origine, provenienza e qualità risulta essere differente rispetto a quella dichiarata o pattuita.

Ad avviso della Corte di Cassazione, tuttavia, nel caso di specie non è da escludere il concorso formale con il reato di messa in commercio di beni con segni mendaci previsto dall’art. 517 del codice penale (Cass., 6 luglio 2016, n. 27782) che condanna chi pone in vendita o mette in circolazione prodotti con nomi, marchi o segni distintivi idonei a trarre in inganno il compratore sull’origine, provenienza o qualità dell’opera.

Il reato di frode in commercio è posto a tutela del singolo consumatore a cui viene venduto un bene in luogo di un altro ed è espressione della violazione del principio di leale esercizio dell’attività commerciale.
Il reato di messa in commercio di beni con segni mendaci, invece, configurandosi anche indipendentemente dalla cessione del bene, tutela il sistema economico nazionale che deve essere garantito da comportamenti ingannevoli.

Secondo l’orientamento della Corte, dunque, accanto all’interesse del singolo è necessario preservare la limpidezza e trasparenza dell’ordine economico, tutelando maggiormente la buona fede e la correttezza negli scambi commerciali.

Dicembre 2020

Armella & Associati

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