Brexit (Il Secolo XIX, 9 dicembre 2017)

L’accordo politico tra l’Unione europea e il Regno Unito allontana lo scenario della hard Brexit, ossia l’ipotesi di un divorzio duro e della cancellazione di tutte le tappe che, negli anni, hanno portato alla creazione del mercato unico e dell’unione doganale europea.

Se è vero che al centro di questa prima fase di accordi vi sono i diritti dei cittadini, la decisione di non ricostruire frontiere fisiche in Irlanda e gli impegni finanziari di Londra, emerge comunque una più generale volontà di evitare strappi e ulteriori salti nel vuoto.

Come impatterà l’accordo sugli scambi con il Regno Unito?

Pare probabile che avremo un processo graduale, che non comporterà traumi immediati il 29 marzo 2019, quando scatterà l’uscita di Londra dall’Unione europea. L’accordo raggiunto avvicina l’ipotesi di un periodo transitorio, come richiesto dal governo britannico, che vorrebbe continuare a far parte dell’unione doganale europea per un biennio, fino al 2021.

La gestione dei rapporti commerciali tra Unione e Londra sarà dunque al centro della seconda fase di negoziati, che si aprirà nelle prossime settimane e dovrà trovare un compromesso, non facile, sull’uscita dal mercato comune e la conclusione di un nuovo accordo doganale.

Il governo britannico ha già espresso la volontà di concludere un ambizioso accordo di libero scambio, sul modello di quello già sperimentato dall’Ue con la Norvegia o con la Svizzera. L’Ue si è affrettata a precisare che un trattato di libero scambio, per quanto ampio, non potrà equivalere alla partecipazione al mercato unico e che Londra dovrà garantire parità di condizioni per le imprese, in particolare in termini di concorrenza e aiuti di Stato. La preoccupazione di Bruxelles è di evitare che l’Inghilterra diventi un “ponte” privilegiato al più grande mercato unico del mondo, magari con incentivi fiscali attrattivi.

Spostare al 2021 la fine dell’unione doganale può anche aprire la possibilità di scenari politici diversi, dato che, sulla base dell’accordo di ieri, sono frustrate le attese di chi aveva votato per la Brexit, in termini di risparmi finanziari, chiusura delle frontiere e ritorno all’isolazionismo britannico.

Se, invece, tutto proseguirà nella strada tracciata con il referendum inglese, l’uscita dall’unione doganale europea determinerà che gli scambi di beni, da e verso il Regno Unito, saranno regolamentati come attualmente avviene con i Paesi terzi, ossia attraverso procedure doganali.

Non c’è dubbio che, anche nell’ipotesi più soft in cui si raggiunga un accordo di libero scambio, importazioni ed esportazioni verso l’Inghilterra daranno luogo a maggiori costi per le imprese: la fine del mercato unico e il ritorno alle procedure doganali comportano, inevitabilmente, adempimenti e spese amministrative, tempi più lunghi, nonché garanzie finanziarie connesse alle operazioni doganali, con impatti anche sull’Iva e le accise.

Un accordo di libero scambio, inoltre, renderà più complessa la gestione dei processi produttivi, poiché occorrerà valutare – caso per caso – se la merce, importata o esportata verso il Regno Unito, può beneficiare dell’origine preferenziale, dato che sempre più spesso i prodotti sono il risultato di lavorazioni e componenti di molti paesi.

Con la fine dell’unione doganale, inoltre, sia Londra che Bruxelles riacquistano una piena libertà nel disciplinare il commercio internazionale con Paesi terzi, in uno scenario sempre più complesso e movimentato: il Ceta con il Canada e l’accordo di libero scambio, raggiunto l’altro ieri, tra Ue e Giappone testimoniano la vitalità dell’Unione e la rafforzano al tavolo delle trattative con Londra, che oggi non appare più così determinata nell’uscita dal club europeo.

Sara Armella

Avvocato, autore di “Diritto doganale dell’Unione europea” (ed. Egea, 2017) e membro delle Commissioni Dogane e Taxation della Camera di Commercio Internazionale di Parigi

 

Pubblicato Sul Secolo XIX del 9 dicembre 2017

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