Brexit e pianificazione doganale

Il nuovo quadro alimenta anche quella che ormai è definita come “pianificazione doganale”, ossia l’analisi strategica dei flussi internazionali, al fine di ridurre i costi doganali complessivi delle imprese. I nuovi dazi di Trump e la Brexit hanno ridato centralità ai costi doganali delle imprese, rendendo necessario uno sguardo più attento all’ottenimento di rilevanti risparmi economici. Su questo terreno si stanno muovendo molte imprese multinazionali, che avevano scelto il Regno Unito come luogo di delocalizzazione di processi produttivi, base logistica o che comunque hanno attività sul territorio inglese e sono parte di catene di produzione distribuite su base europea. In molti casi, le imprese hanno già trasferito altrove i loro magazzini o stanno organizzando una diversa catena dei flussi e dei fornitori, al fine di trovare soluzioni idonee a prevenire il pagamento dei dazi che la Brexit comporta.

Oltre ai costi amministrativi, infatti, sono di grande rilievo anche le conseguenze economiche della Brexit che interessano, da un lato, l’applicazione delle tariffe doganali sui beni importati e, dall’altro, il rischio di una minore competitività per i beni che incorporano fattori produttivi inglesi, anche in relazione alla loro eventuale esportazione.

Una Brexit senza accordo comporta che i prodotti inglesi importati nell’Unione europea avranno le stesse tariffe previste per quelli cinesi o statunitensi: è questo il trattamento riservato ai “Paesi terzi” rispetto all’Unione europea, nell’ambito del quale sono previsti alcuni dazi percentualmente significativi, dal 4,6% per i prodotti chimici, il 12% per il tessile, fino al 35% per i lattiero-caseari.

Il business plan delle aziende dovrà essere rivisto e occorrerà che tenga conto di questi aggravi, con uno sguardo, anche, alla mappa dei mercati di vendita. Infatti, nel momento in cui il Regno Unito sarà un “Paese terzo” rispetto all’Unione, l’utilizzo di una materia prima o di un componente inglese dovrà essere attentamente ponderato, se utilizzato per la fabbricazione di beni destinati all’esportazione verso gli Stati con cui l’Ue ha concluso accordi di libero scambio. Per esempio, se l’impresa italiana utilizza un componente inglese, occorrerà approfondire se esso non faccia perdere il diritto al dazio zero, previsto per l’esportazione del bene finito verso il Giappone o il Canada. Più in generale, i fattori produttivi del Regno Unito (non solo i materiali, ma anche le operazioni di trasformazione) saranno considerati “non originari”, nella determinazione dell’origine preferenziale delle merci che li incorporano.

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