Accertamento doganale: nuovo indirizzo (Il doganalista, febbraio 2019)

Rettifica infondata se le relazioni Olaf sono incomplete[1]

La Corte di Cassazione, con una serie di ordinanze del 28 febbraio 2019 e del marzo 2019[2], ha dichiarato illegittimo l’accertamento doganale fondato esclusivamente sui verbali Olaf, quando le informazioni contenute in tali documenti non possano essere inequivocabilmente riferite alle operazioni contestate. 

Si tratta di un nuovo indirizzo della Corte di Cassazione che, finora, aveva sempre avvallato le rettifiche delle dichiarazioni doganali in presenza di segnalazioni dell’Olaf [3].

La vicenda trae origine dall’importazione di una partita di cavi di acciaio per i quali l’Agenzia ha disconosciuto l’origine coreana, dichiarata dall’importatore, sulla base di un’informativa trasmessa dall’Organismo europeo per la lotta antifrode (Olaf), richiedendo il pagamento del dazio antidumping nella misura del 60,40%, sebbene i prodotti fossero scortati dal certificato di origine coreana.

Poiché la segnalazione dell’Olaf si limitava a informare la Dogana italiana di una possibile evasione di dazi antidumping, in relazione a prodotti analoghi a quelli in esame, dichiarati come coreani ma verosimilmente aventi origine cinese, senza un riferimento diretto alla merce importata, la Società ha proposto ricorso davanti alla Commissione tributaria provinciale.

Dopo i gradi di merito, entrambi conclusi in senso favorevole alla Società, il giudizio è proseguito presso la Corte di Cassazione, la quale ha fornito interessanti chiarimenti sulla valenza probatoria della documentazione trasmessa dall’Olaf.

Al riguardo i giudici di legittimità hanno ricordato che, secondo la normativa unionale, le relazioni finali delle indagini compiute dall’Olaf, se redatte nel rispetto delle regole procedurali dello stato membro interessato, possono essere utilizzate come “elementi di prova” nei procedimenti amministrativi e giudiziari.

Ciò nondimeno, proprio in considerazione del rinvio espresso e inequivoco, operato dalla normativa unionale a quella nazionale, la Suprema Corte ha evidenziato l’importanza delle regole di valutazione e dei chiarimenti giurisprudenziali espressi in merito alla valenza probatoria degli atti istruttori nazionali.

Assimilando (quanto a contenuto e forma) i rapporti Olaf ai processi verbali di constatazione[4], la Corte ha ricordato che tali atti possono assumere un triplice livello di attendibilità: i) verbali con fede privilegiata, per i fatti attestati da un pubblico ufficiale come da lui compiuti o avvenuti in sua presenza; ii) verbali validi fino prova contraria, se contengono dichiarazioni rese dalle parti o da terzi a un pubblico ufficiale; iii) verbali liberamente valutabili dal giudice, quando non siano specificamente indicati i soggetti che hanno rilasciato le dichiarazioni riportate, con possibilità, per il giudice, di disattenderli se ritenuti inattendibili o in contrasto con altri elementi acquisiti nel giudizio.

Preliminarmente, afferma quindi la Corte, è necessario stabilire a quale, tra le tre fonti probatorie richiamate, possa essere ricondotto il verbale Olaf in esame, verificando se l’atto riporta indagini direttamente espletate dai funzionari comunitari ovvero informazioni ricevute da terzi; in secondo luogo, occorre appurare se gli accertamenti compiuti si riferiscono inequivocabilmente ai prodotti oggetto di rettifica ovvero se riportano contestazioni generiche.

Ebbene, con riferimento al primo motivo, la Corte ha dichiarato, in primis, di non potersi esprimere sulla valenza probatoria del verbale Olaf richiamato, poiché il ricorso dell’Agenzia delle dogane, al quale tale atto non era allegato, non conteneva alcuna descrizione delle indagini compiute. Ciò ha quindi impedito di verificare se gli stessi derivassero da accertamenti direttamente compiuti dai funzionari dell’Olaf o da informazioni ricevute da terzi.

Quanto al secondo aspetto, inoltre, ritenendo che l’Amministrazione non avesse provato la diretta riferibilità delle informative Olaf ai prodotti importati dalla Società, la Suprema Corte ha confermato la sentenza di secondo grado.

La Corte di Cassazione, con una valutazione destinata a estendersi ad altri analoghi casi, ha confermato l’assunto secondo cui i documenti trasmessi dall’Olaf, “lungi dal derivare da accertamenti diretti si limitavano, in via generale, ad adombrare la possibilità che la fornitrice coreana dei cavi in acciaio in realtà non li producesse e che gli stessi fossero di origine cinese (da cui la pretesa daziaria antidumping) senza alcun preciso riferimento alle merci oggetto delle riprese fiscali”.

Tale pronuncia, secondo i giudici di legittimità, non è censurabile per due distinte ragioni. In primo luogo, non configurandosi alcun vincolo di prova legale, per le motivazioni appena esposte, il giudice dell’appello, esaminando la prova offerta dall’Ufficio (informativa Olaf) e le controprove prodotte dalla Società (certificato di origine e documentazione relativa al produttore e agli stabilimenti produttivi), ha potuto legittimamente ritenere queste ultime prevalenti.

In ogni caso, trattandosi di un giudizio che attiene esclusivamente al merito, tali valutazioni non sono ulteriormente sindacabili in sede di legittimità.

Le ordinanze in commento fanno corretta applicazione dei principi generali che governano l’onere della prova e rappresentano un importante passo avanti rispetto a una presunzione di attendibilità della documentazione trasmessa dall’Olaf, sostenuta, in passato, anche dalla Suprema Corte[5].  

A tale orientamento si è peraltro opposto, nel corso degli ultimi anni, un indirizzo più rigoroso, espresso dalla giurisprudenza di merito, che valorizza la necessità di prova da parte dell’Ufficio in relazione alle specifiche operazioni contestate e che, in mancanza di essa, ritiene illegittimo l’accertamento svolto.

Secondo tali pronunce, in particolare, l’Amministrazione non può limitarsi a richiamare le segnalazioni ricevute dall’Olaf, né può essere rilevante la mera circostanza che tale Ufficio abbia avviato un’inchiesta internazionale nei confronti di operazioni assimilabili a quelle oggetto di contestazione, poiché il semplice riferimento a tali attività, in mancanza di documenti che comprovino fondatamente la violazione, non legittima la rettifica dell’accertamento[6].

E invero, l’Agenzia delle dogane non può fondare la propria pretesa daziaria solo su generiche informative ricevute da autorità di indagine estere, nell’ipotesi in cui le stesse non provino con certezza l’origine doganale dei prodotti importati ovvero siano indeterminate e prive di puntuali riscontri relativi ai prodotti specificamente importati[7].

Tali principi sono ora condivisi anche dalla Suprema Corte, la quale ha chiarito che la segnalazione con la quale l’Olaf informa le autorità doganali nazionali di eventuali violazioni non legittima, di per sé, la rettifica dell’accertamento, dovendo essere supportata da ulteriori elementi che dimostrino l’irregolarità della specifica operazione, in attuazione del principio per cui spetta all’Amministrazione finanziaria dimostrare l’esistenza dei fatti costitutivi della maggior pretesa tributaria[8].


[5] Cass., sez. V, 27 luglio 2013, n. 13499; Cass., sez. V, 13 marzo 2013, n. 6238; Cass., sez. V, 24 settembre 2008, n. 23985.

[6] Comm. trib. reg. Genova, Sez. III, 13 gennaio 2015, nn. 48-54; Comm. trib. prov. di Genova, Sez. XIII, 4 novembre 2014, nn. 2114 e 2117.

[7] Comm. trib. reg. Genova, sez. III, 6 ottobre 2017, n. 1420; Comm. trib. prov. di Genova, Sez. XIII, 23 settembre 2014, nn. 1753 e 1754.

[8] Ex pluribus, Cass., sez. V, 20 luglio 2018, n. 19368; Cass., sez. V, 31 maggio 2018, n. 13934; Cass., sez. V, 15 aprile 2016, n. 7501; Cass., sez. V, 15 luglio 2015, n. 14787.





[1] Sara Armella – Avvocato in Genova e Milano – Armella & Associati, Studio legale

Lucia Mannarino – Avvocato in Genova – Armella & Associati, Studio legale

[2] Corte di Cassazione, sez. V, ordinanze 28 febbraio 2019, nn. 5931, 5932, 5933, 5934 e 21 marzo 2019, nn. 7993 e 7794.

[3] Cass., sez. V, 13 marzo 2013, n. 6238; Cass., sez. trib., 28 settembre 2012, n. 16570; Cass., sez. trib., 26 settembre 2012, n. 16539.

[4] Come già rilevato da S. Armella, Diritto doganale dell’Unione europea, Egea, 2017, p. 331 e ss.

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